Osteoporosi

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Osteoporosi

Tutti la conoscono, pochi la curano. A mancare è la cultura della prevenzione e la piena consapevolezza delle opzioni disponibili. Perché all’indomani di una frattura, oltre la chirurgia e la riabilitazione, è indispensabile seguire anche una terapia farmacologica

Intervista a Prof. Giancarlo Isaia
• Presidente della Fondazione per l’Osteoporosi
• Presidente dell’Accademia di Medicina di Torino
• Già Direttore della Struttura Complessa di Geriatria e Malattie Metaboliche dell’osso della Città della Salute e della Scienza di Torino e della Scuola di Specializzazione in Geriatria dell’Università di Torino
> fondazioneosteoporosi.it

di Luisa Castellini

 

Come è cambiata la conoscenza dei cittadini dell’osteoporosi?
Negli ultimi anni le campagne di sensibilizzazione hanno dato i loro frutti e oggi c’è una maggiore consapevolezza sulla malattia, ma su alcuni aspetti manca ancora un’informazione corretta. Secondo i dati del Ministero della Salute, l’osteoporosi in Italia, ma non solo in Italia, non è sempre gestita correttamente: su 100 pazienti con una frattura, solo il 20-25%, infatti, segue un’opportuna terapia senza la quale, nei tempi successivi, c’è un’elevata probabilità di andare incontro a un seconda frattura.

Perché le terapie sono ancora disattese?
Oggi la gestione di una frattura al femore è condotta mediamente bene dal punto di vista chirurgico e riabilitativo, ma non altrettanto da quello farmacologico. I medici dovrebbero essere più sensibili alla prescrizione di una cura di proseguimento e i pazienti dovrebbero aspettarsela e, se del caso, richiederla. È proprio questo l’obiettivo a cui lavoreremo quest’anno con la Fondazione, che si avvia a diventare una realtà nazionale.

Quali sono i numeri di questa mancanza di cure?
Il paziente che si rompe il femore si confronta in linea generale col medico di famiglia, l’ortopedico e il fisiatra, figure professionali a cui compete la prescrizione delle cure farmacologiche e riabilitative. La realtà è che in Italia, su 100 pazienti che giungono in Pronto Soccorso per una rottura del femore, il 96% non stava seguendo una terapia per l’osteoporosi e alla dimissione ben l’89% resterà senza trattamento con farmaci di dimostrata efficacia. Questo significa che occorre lavorare molto per attivare correttamente percorsi di prevenzione sia primaria che secondaria.

Come si dovrebbe impostare la prevenzione primaria?
Nella popolazione generale bisognerebbe anzi tutto lanciare efficaci messaggi relativamente agli stili di vita, promuovendo maggiormente l’attività fisica, una buona alimentazione, l’abbandono del fumo e dell’assunzione di farmaci che possono avere effetti negativi sulla salute delle ossa e che non sempre sono necessari.

Chi sono i soggetti a rischio?
Chi ha familiarità per le fratture, compresa quella del femore, un’amenorrea giovanile, una menopausa precoce o ha seguito terapie con steroidi orali o sistemici. In particolare, le donne in età postmenopausale sono candidate alla prevenzione secondaria. Dovrebbero eseguire un esame del sangue e una MOC. Se i risultati sono normali si sorveglia la situazione nel tempo. Altrimenti, in caso di risultati bassi o borderline, si eseguono altri accertamenti per evidenziare eventuali osteoporosi secondarie, magari correlate a iper o ipotiroidismo, celiachia, malattie gastrointestinali, ematologiche, reumatologiche o renali.

Cosa raccomandano le linee guida?
Se non ci sono fratture e la densità ossea è accettabile non c’è bisogno di alcun intervento. Ma con pregresse fratture o un rischio elevato, superiore al 10-15% o una densità ossea bassa, si raccomanda la terapia farmacologica. Per queste valutazioni si impiegano, come strumenti, il DeFRA o il FRAX.

Quali sono le opzioni terapeutiche?
Esistono varie possibilità. Ci sono i bisfosfonati che si assumono per os o, in misura minore, per via endovenosa o intramuscolare. È poi disponibile il denosumab, un anticorpo monoclonale che viene prescritto in presenza di un alto rischio di frattura. Infine, il teriparatide, indicato per i pazienti che non rispondono alle altre terapie nei quali determina, con un effetto anabolico, la ricostruzione dell’osso.

Quale è il ruolo delle integrazioni?
La Vitamina D non serve per curare l’osteoporosi ma può essere un supporto, quando necessario, ad altre terapie, soprattutto quando è presente una sua carenza, come si verifica frequentemente negli anziani fragili o malnutriti . Anche in presenza di un insufficiente intake di calcio possono essere utili delle integrazioni, che vanno comunque sempre valutate col medico curante.

Dove guarda la ricerca?
Sicuramente verso lo sviluppo di nuovi farmaci che agiscono sulle cellule implicate nella costituzione dell’osso. Abbiamo infatti un turn over continuo: come nella tela di Penelope – che veniva tessuta di giorno e disfatta di notte – abbiamo un equilibrio di fondo, che nel soggetto anziano si incrina. Da una parte si cerca di fermare questo processo di depauperazione dell’osso e, dall’altra, sostenere i processi di costituzione dell’osso, mentre si cerca di comprendere la fisiopatologia, ovvero i meccanismi molecolari e cellulari che possono essere alla base dell’osteoporosi.

Sono attesi nuovi farmaci?
Il Romosozumab, un anticorpo monoclonale, non è ancora in commercio in Italia ed è in fase di approvazione all’Ema, dove è stato bocciato lo scorso anno l’abaloparatide, un farmaco che invece è disponibile negli Stati Uniti con approvazione dell’FDA. La ricerca è molto attiva e sicuramente se ne aggiungeranno altri.


I NUMERI

In Italia sono circa 5 milioni le persone che soffrono di osteoporosi: l’80% sono donne in menopausa.

Nel corso della vita, e in particolare dopo i 65 anni, il 40% della popolazione frattura un femore, una vertebra o un polso.


LA GIORNATA

Si celebra in tutto il mondo il 20 ottobre e in ogni paese viene declinata attraverso eventi ed incontri.

La Fondazione per l’Osteoporosi punta l’attenzione sull’importanza delle terapie, ancora poco prescritte.


Fonte: rivista Pharma Magazine Ottobre 2019
Foto © Depositphotos.com

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